Mangiare nelle isole. L’altra faccia della globalizzazione. Una chiacchierata con Vincenzo

Vincenzo, un incallito viaggiatore che salta di isola in isola (e di continente in continente) è uno dei protagonisti del nostro nuovo libro:  Aglio Olio Pili Pili. Cibi e culture tra origini e futuro si incontrono a Bologna

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Degustazione Giamaicana in stile Aglio Olio Pili Pili

Per uno che come me è cresciuto leggendo libri come L’isola del tesoro, Robinson Crusoe, e I viaggi di Gulliver, le isole esemplificano… l’isolamento. Lo dice la parola stessa “isolamento”. Ma quando sono passato dal leggere di terre lontane a visitarle per lavoro, ho scoperto che spesso è vero l’opposto. Le isole nel corso degli anni, dall’età delle scoperte in poi, sono diventate dei crocevia per i viaggiatori di tutto il mondo.

Questa settimana sono andato in #Giamaica per lavoro, sul mio volo da New York a #Kingston stavo guardando “Barbershop 3”. Non immaginavo certo che sarebbe stato un film che mi sarei trovato a citare pubblicamente dopo poco, invece è esattamente così. Uno dei personaggi del film riflette: “come pensi che le Indie Occidentali siano successe? Hanno preso gli indiani, hanno preso i neri dall’Africa, li hanno messi nei Caraibi, e 200 anni dopo, eccoti Rihanna. Prego!” Per quanto semplificata e non politicamente corretta sia questa affermazione, una fusione di culture è evidente in Giamaica. E’ visibile nei volti che si incontrano, e nel cibo che si mangia. Me ne ero già reso conto durante la mia prima visita in questo gioiello dei Caraibi, con il primo assaggio della famosa “Jerk Sauce”, spesso in coppia con un chutney di mango – un chiaro mix di influenze asiatiche e africane. Durante questa visita, però, ho notato un elemento diverso, una più recente ondata di fusione che è il risultato della #globalizzazione.

La globalizzazione tende ad essere associata con il franchising – ovunque nel mondo si vada, è possibile ottenere un hamburger di McDonalds ed un cappuccino di Starbucks. Ma proprio come un’isola può essere sia isolata che un crocevia di culture, la globalizzazione può essere sia una standardizzazione che una fusione che porta a innovazione e crescita. La prima notte nel mio albergo a Kingston ho ordinato una bruschetta con #ackee e bacon. SPETTACOLARE! Sono un italiano e americano in Giamaica, e qui mi trovo a mangiare un piatto italiano (bruschetta) americano (bacon) e giamaicano (ackee) il tutto in un mix armonioso.

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Ackee and Bacon Bruschetta. Sì, ce ne dovrebbero essere tre…ma non vedevo l’ora di provarne uno e non ho resistito prima di prendere la foto

Adoro l’ackee. E’ un frutto che, se colto e tagliato nel modo sbagliato, è velenoso. Ha l’aspetto delle uova strapazzate. E proprio come le uova è una base ideale su cui aggiungere sapori forti. Il giorno dopo ho mangiato da Usain Bolt. Non a casa sua, purtroppo, ma al suo ristorante chiamato “Traks and Records”, una sorta di pub di fascia alta. Mi hanno convinto a provare gli involtini primavera col Jerk Chicken. Inutile dire che erano deliziosi, e di nuovo mi hanno fatto riflettere su come la globalizzazione ci abbia portati ad aspettarci gli involtini primavera in qualsiasi pub nel mondo – ma dubito che fuori dai caraibi potrò mai ordinare un involtino primavera col jerk chicken.

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Involtino Primavera col Jerk Chicken

Il giorno prima della partenza sono stato invitato ad una degustazione di vini presso la sede di #Campari. L’evento era molto ben organizzato, e limitato ad alcuni dei migliori clienti di Campari. Per mia fortuna, dei colleghi locali rientravano in questa categoria e mi sono aggregato a loro. La degustazione si concentrava sui vini distribuiti da Campari nel paese, ma l’aspetto interessante era che un catering locale abbinava del cibo con il vino. E’ stata la prima volta che ho partecipato ad un evento in cui il cibo veniva scelto per il suo abbinamento con il vino, piuttosto che il contrario. E il cibo era una sorprendente serie di finger food di fascia alta – salmone affumicato (ed era stato affumicato quella mattina dallo chef) e pomodorini su bruschetta ad accompagnare il vino Apothic White, un satay di pollo con chutney di mango piccante per il Pinot Nero, un tortino salato di brasato di maiale per l’Apothic Red, e una mousse di carota-cioccolato-amaretto con panna montata alla noce moscata per il Riesling finale.

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Salmone affumicato a pomodorini su bruschetta, a Apothic White

Un cibo fusion così incredibile deve per forza provenire da uno chef stellato formatosi a Parigi e con molti anni di esperienza, giusto? Immaginate la mia sorpresa quando ho incontrato Akili, il 24enne chef giamaicano formatosi localmente, che ha deciso di aprire una propria società di catering in una nuova comunità emergente vicino a Kingston, dove forma gli ancora più giovani aiutanti chef. Akili è stato in grado di assorbire le diverse influenze presenti nella sua isola, e infonderle nei suoi piatti. Tanta roba! Ho anche avuto la possibilità di chiacchierare con Pietro, il marketing manager per Campari Giamaica, ed ho imparato che alcuni anni fa ha Campari ha acquistato Wray & Nephew, Appleton, Sangsters, e Blackwell – i più significativi marchi di rum in Giamaica. Il mio primo pensiero è stato “oh oh, ecco che arriva la globalizzazione di nuovo, la grande multinazionale che ammazza la piccola realtà locale”. Ma poi mi hanno spiegato le innovazioni fatte nel prodotto locale, ed ho avuto modo di provare il Campari giamaicano. Con mia grande sorpresa mi sono reso conto che era diverso dal Campari che uso per il mio “Spritz” a casa. Pietro mi ha confermato che si tratta di un prodotto localizzato per la Giamaica – un po’ più forte e con un mix di aromi leggermente diverso. Appena lo ha mixato con una bibita gassata di pompelmo per creare un drink deliziosamente “caraibico”, mi sono reso conto che questo è un aspetto della globalizzazione da gustare piuttosto che temere: la cucina fusion – il rovescio della medaglia della globalizzazione.

Vincenzo

English version:

Island Eating. The flip side of globalization

Vincenzo, an island (and continent) -hopping protagonist of our new book  Aglio Olio Pili Pili. Cibi e culture tra origini e futuro si incontrono a Bologna shares his latest culinary adventure…

For anyone like me who grew up reading books like Treasure Island, Robinson Crusoe, and Gulliver’s Travels, #islands exemplify isolation. The very word “insulated” comes from “insular”. But when my life changed from reading about faraway lands to traveling to them, I soon found out that the opposite is often true. Islands over the years, since the age of discovery, have become crossways for people traveling to and from different lands.

While flying to #Jamaica this week, on my flight from New York to #Kingston I was watching “Barbershop the next cut”. I didn’t imagine it would be a quotable film, but as it happens I find myself doing just that. One of the characters in the movie reflects: “ how do you think the West Indies happened, okay? They took Indians, they took black people from Africa, they put’em in the Caribbean, and 200 years later, Rihanna happened. You’re welcome.” As oversimplified and not politically correct as this statement is, a fusion of cultures is evident in Jamaica. It is visible in the faces you encounter, and in the food you eat. This was obvious to me during my first few visit to this Caribbean gem, with the first taste of its famous jerk sauce, often paired with a mango chutney, a clear mix of Asian and African influences. On my latest visit, however, I noticed a different element to this dynamic—a newer wave of fusion that is a result of #globalization.

Globalization tends to be associated with franchising – wherever in the world you go, you can get your big mac and your venti mocha frap. But just like an island can be both isolated and a nexus of cultures, globalization can either be standardization or a fusion that leads to innovation and growth. The first night in my Kingston hotel I ordered an #ackee and bacon bruschetta. It was absolutely amazing! I am an Italian and an American in Jamaica, and here I find myself eating an Italian (bruschetta) American (bacon) and Jamaican (ackee) all in one harmonious dish.

Jerk Chicken Spring Roll

On my last day in the island nation I was invited to a wine tasting at the Campari office. The event was beautifully organized. It was a personal invitation for some of Campari’s best clients. I was lucky enough that some of my local colleagues fit the profile. The wine tasting featured wines distributed by Campari in the country, but the interesting aspect was that they had a local food catering company that paired food with wine. It was my first experience in which food was chosen for its pairing with wine, rather than the other way around. And the food was an amazing set of high-end finger fusion fare – smoked salmon (extremely fresh) bruschetta with a tomato salsa to go with Apothic white, a chicken satay with spicy mango chutney to go with a Pinot Noir, a braised pork pot pie with Apothic red, and a carrot-chocolate-amaretto cake with nutmeg whipped cream to go with a Riesling.

Smoked Salmon Bruschetta and Apothic white

Such incredible fusion food must have come from a starred chef trained in Paris, who worked on his craft over many years. Imagine my surprise when I met Akili, the 24-year-old, Jamaican trained chef, who decided to open up his own catering company in a new and up-and-coming community near Kingston, supported by younger cooks he is training. Akili was able to soak up different influences he saw in his island, and infuse them in his dishes. Good job, I say. I also got a chance to chat with Pietro, the marketing manager for Campari, and learned that a few years ago Campari purchased Wray & Nephew, Appleton, Sangsters, and Blackwell. These are the two main names in commercial rum in Jamaica, and the main name in designer rum. My first thought was “uh oh, here comes globalization again, the large corporate machine taking over the small guy”. But then I was introduced to the innovations they made in the local product, and got to try the local Campari. To my surprise I could taste that it was different from the Campari I use for my “Spritz” at home in Italy. This was confirmed by Pietro, who indicated that it is a bit stronger and uses a different mix of spices for the local market. As he mixed it with a fizzy grapefruit soda to make a deliciously “Caribbean” drink, I realized that this is one more aspect of globalization to enjoy rather than fear: fusion – the flip side of globalization.

Vincenzo

 

 

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